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“Essere Comunità”. Intervista esclusiva a Marco Scatarzi

Azionetradizionale.com “Essere Comunità”. Intervista esclusiva a Marco Scatarzi
Presentiamo ai nostri lettori una intervista esclusiva realizzata da AzioneTradizionale.com a Marco Scatarzi, autore del libro Essere Comunità, prima fatica della neonata casa editrice Passaggio al Bosco Edizioni, che sarà presentato a Roma il 4 novembre, presso Raido.

esserecomunitàmarcoscatarzipassaggioalboscoIl libro che presenterai a Roma presso la sede della Comunità Militante Raido il prossimo 4 novembre (prima presentazione editoriale nella Capitale) ha già riscosso notevole interesse dal pubblico. A tal proposito, quale è il riscontro più frequente? C’è già stata una risposta dalle ‘aspiranti’ comunità militanti, cui è principalmente diretto?

Il libro è uscito il 18 settembre scorso, contestualmente al lancio del nuovo progetto editoriale di “Passaggio al Bosco”. Tuttavia, grazie ad una presentazione in anteprima, ha iniziato a circolare con un mese di anticipo. Sono già una decina gli appuntamenti fissati per i mesi di ottobre e novembre, con molte realtà interessate a divulgarne il contenuto. Comunità militanti, e aspiranti tali, con specificità anagrafiche, geografiche e politiche diverse: il che, a mio avviso, è assolutamente positivo. E’ una risposta che dimostra la forte capacità ricettiva di un mondo che ha voglia di approfondire, di elaborare e di raccontarsi.

Domanda apparentemente banale ma molto utile per introdurre l’argomento: come e perché nasce questo libro?

Il libro nasce dalla necessità di rispondere ad una domanda: che cos’è una Comunità? Potrà sembrare banale, ma non lo è affatto. La parola che usiamo per definirci, troppo spesso, la diamo per scontata. La ripetiamo come un mantra, ma ne sorvoliamo i rimandi profondi e le sfumature più vere. E questo non vale solo per i militanti più giovani, cui è principalmente indirizzato il testo, ma anche per gli altri: nell’epoca digitale, dove regnano la fugacità delle immagini e il suono vacuo dei significanti, è doveroso riscoprire la fissità dei legami e la profondità dei significati. Perché il concetto di Comunità, come tutto quello che ha un senso, è vittima di equivoci che ne sminuiscono l’identità: finisce per essere associata ai fenomeni di costume, alle compagnie amicali o alle sottoculture metropolitane, riducendosi ad un teatro di smorfie e di atteggiamenti. Con questo contributo ho cercato di fare chiarezza e di riportare l’accezione del termine – con tutta la weltanschauung che ne segue – in una dimensione più profonda. Spesso si cercano modi esotici per risultare controcorrente, ma si dimentica che l’essenza stessa della Comunità – per il solo fatto di manifestarsi – rappresenta una meravigliosa opportunità di ribellione.

L’uomo comunitario è ipso facto un ribelle: perché dona se stesso senza chiedere niente in cambio, perché preferisce la lotta alla rassegnazione, perché sceglie liberamente di obbedire a delle regole e di riconoscere delle gerarchie, perché si dà una Forma e aspira ad un Ordine, perché coltiva dei legami, ha una tensione verso l’alto e rispetta la parola data, perché sente di appartenere a qualcosa ed è pronto a difenderla. L’Uomo comunitario, insomma, è un’anomalia di questo “migliore dei mondi possibili”: se ne infischia del profitto, della convenienza, della materialità, dell’autoconservazione, dell’edonismo, dello sradicamento, dell’omologazione e del consumo. Egli incarna tutto quello che il “pensiero unico” globale vorrebbe bandire. Ed ecco che la Comunità, allora, non è solo un modo per stare insieme, proprio come la Falange non è stata solo un modo di combattere: è la manifestazione di un Noi che trascende ogni Io, qualcosa che oltrepassa la somma dei singoli individui che la compongono, perché è connessa ad un terzo elemento, che poi è il fuoco che siamo chiamati a custodire e trasmettere.

Stile impersonale e Dono ritornano spesso nel tuo libro. Ci spieghi perché sono così importanti?

Leon Degrelle 2Ritengo che siano elementi imprescindibili per identificare una Comunità e – di conseguenza – un militante. Vivere in Comunità significa, anzitutto, abbandonare la prassi contrattuale e societaria del do ut des per abbracciare l’etica impersonale del dono, quella che ci spinge a coltivare l’azione priva di ricompensa, spogliata di ogni soggettività e di ogni dilatazione edonistica. Léon Degrelle, con la sua opera, ha detto e dimostrato tutto quello che occorreva: il dono completo è la massima fonte di gioia, perché spinge il singolo a deporre ogni vanità, a spalancare il cuore e far tacere la mente, a compiere un passo verso quella rivoluzione delle anime che suggella il trionfo del sangue sull’oro e dello spirito sulla materia. In questo senso la massima di Seneca che D’Annunzio ha riportato sul “Vittoriale degli Italiani” è emblematica: Io ho quel che ho donato. Ciò che conta, alla resa dei conti, non è ciò possiedo, ma ciò che offro; non ciò che si ha, ma ciò che si dà: un’attitudine decisamente non conforme in un mondo che determina le proprie gerarchie sulla base del profitto. E questo perché il dono richiama la reciprocità, che è una splendida forma di solidarismo, in antitesi rispetto al calcolo borghese e all’individualismo galoppante. Non è un caso che molte grandi Civiltà – come ci insegna Marcel Mauss – si siano sono rette per secoli su pratiche come il kula o il potlach, incentrate sul dono e sull’idea di una circolarità non mercantile. E poi il dono ha il potere di ricordarci la meravigliosa utilità dell’inutile, insegnandoci a ritrovare noi stessi attraverso il contatto con le piccole cose: perché ciò che è davvero utile – e che quindi ci rende migliori – non è necessariamente remunerativo. Il dono, in Comunità, è anche quello di offrire il nostro tempo: quando dono una giornata alla militanza, mi riapproprio di quel tempo che la modernità ha letteralmente sacrificato sull’altare della produttività, del meccanismo astratto e dell’immediatezza.

Una piccola provocazione: sulla copertina del libro troviamo una bellissima immagine di un branco di lupi, molto suggestiva ma simbolicamente equivocabile. Infatti il branco di lupi è vincolato da un legame puramente biologico e fortemente naturalistico, mentre – come spieghi anche nel tuo libro – la Comunità riunisce ‘fratelli’ non – solo – di sangue ma – soprattutto – di spirito. Ci spieghi questa scelta?

lupoSenza dubbio. La provocazione è voluta e riguarda la realtà nella quale viviamo. Sebbene, infatti, si dia per valida quella fratellanza di spirito che accomuna persone del medesimo rango e della stessa tempra, non si deve abbandonare il richiamo ai legami di sangue, che necessitano di essere difesi dalle degenerazioni di una società multietnica fondata sull’ibridazione e tesa alla mescolanza. Perché la Comunità non è soltanto quella delle nostre idee, ma anche quella del nostro Popolo: e questo, piaccia o meno ai cultori del meticciato, possiede anche una propria identità etnica. Affermare questa verità, che è perfettamente naturale, è diventato addirittura pericoloso: non dobbiamo dimenticare, però, che il mondo non lo fanno le buone intenzioni, ma i popoli e le stirpi. Oggi siamo preda della follia dell’intercambiabilità: non si è più uomini, donne, madri o padri, perché perfino il genere sessuale è diventato un odioso retaggio, che chiunque può rimuovere o cambiare a seconda dell’umore. Non si nasce più in un certo modo, ma si sceglie di essere ciò che ci piace: l’ideologia gender – ci ricorda Alain de Benoist – afferma che il genere non abbia alcun legame con il sesso inteso nell’accezione biologica del termine. Le evidenze biologiche e naturalistiche, quindi, vengono cancellate in nome di un pericoloso sradicamento. Un approccio identitario al mondo non implica la discriminazione dell’altro da sé ma, al contrario, l’intimo rispetto delle differenze e dei limiti che configurano le identità: io mi definisco anche grazie a ciò che mi è diverso, ma definendomi traccio una linea di demarcazione. Oltre quella linea, superato quel limite, non sono più me stesso. Quel confine, da sempre, è dettato anche dal sangue.

La società in cui viviamo ha nel suo DNA il rifiuto per il concetto del limite e del confine. Ovunque siamo nel ‘villaggio globale’, eppure alla perenne connessione e reperibilità corrispondono esistenze vuote ed atomizzate. L’antichità, invece, sul centro di limes e di disuguaglianza ha costruito l’identità, la civiltà e ha dato un senso alla storia. Qual futuro ci attende? La modernità saprà spingersi anche oltre questo enorme paradosso?jhon malk

Il concetto del limite, in tutte le sue accezioni, è diventato un’utopia arcaica e superata. Stiamo vivendo – in buona sostanza – quella che Olivier Rey ha definito “epoca della dismisura”. Questa tensione all’illimitato, che è perfettamente idonea al dilagare della forma-merce e alla necessità capitalistica di aprire nuovi mercati, sta travolgendo ogni aspetto della nostra quotidianità: dai generi sessuali alle questioni etiche, dalle frontiere nazionali alle aree doganali. E’ una tipica manifestazione del processo mondialista: oltrepassare le identità dei luoghi per creare “spazi lisci”, surclassare la sovranità delle Nazioni per costituire “aree commerciali”. Il tutto all’insegna di quella mobilità perenne che rappresenta la quintessenza della società multietnica, sradicata e cosmopolita, dove alla mobilità degli oggetti (le merci) si accompagna quella dei soggetti (i migranti). L’Ideologia del Medesimo, che è la sovrastruttura culturale di questo circo, si dispiega a partire da ciò che è comune, elevando la medesimità a tratto costante di questo tempo: l’allineamento e l’universalità – che per loro stessa natura sono concetti ascrivibili alla tensione onnicomprensiva della reductio ad unum –  sono i suoi obiettivi conclamati, con buona pace delle differenze e delle specificità dei popoli, dei luoghi, delle tradizioni e delle culture.

Il “villaggio globale” è composto dei cosiddetti “non-luoghi”, ovvero le aree di transito che si contrappongono ai “luoghi antropologici” e ne trascendono la reciprocità, i connotati e la sacralità: l’estensione planetaria di questa disumanizzazione, che i fast-food rappresentano magnificamente, ci aiuta a comprendere la mostruosità di questo spaesamento eretto a dogma. In questo senso, attraverso la Comunità, è necessario operare un nuovo senso della Terra, che riporti la nozione di Patria – intesa anche nella sua specifica appartenenza di suolo – al centro del dibattito culturale e politico: combattere questo livellamento – che è spirituale, ma anche geografico – diventa un imperativo assoluto. Il concetto del Limes, caro alle antiche Civiltà, non è più soltanto un’opzione culturale, ma un’ancora di salvataggio per la nostra sopravvivenza: l’intellighenzia italiana, che in queste settimane si interroga sulla necessità di blindare i nostri centri storici con le fioriere anti-sfondamento, non mette minimamente in discussione l’apertura delle proprie frontiere ed elogia lo “Ius Soli”, mostrando chiaramente la debolezza culturale di chi non riesce ad ammettere l’esistenza di un Noi rispetto ad un Loro. Ma la Civiltà – che oggi è associata alla presenza del wi-fi – è sempre fondata su un senso di radicamento, su un limite e su una soglia: quando si aspira ad essere tutto, necessariamente, si finisce per non essere niente. Il futuro si gioca su questo filo di lana. L’Amleto shakespeariano torna alla ribalta: essere o non essere, è questo il dilemma.

La modernità ha trasformato l’uomo in persona, privandolo del Sacro. La società dei consumi lo ha poi trasformato in un mero consumatore. Ma oggi l’uomo è utente digitale, come scrivi nel tuo libro: cosa significa esattamente?

social drugSiamo passati dall’Uomo all’individuo e dal consumatore all’utente. Lo sciame digitale, per usare un termine caro al sociologo coreano Byung-Chul Han, è un’ebbrezza che ha letteralmente riprogrammato gli individui in un nuovo paradigma: una somma di isolamenti caricati di un sensazionalismo che oltrepassa il pathos della distanza, che abita mondi paralleli e virtuali, che consente ai dispositivi di potere di applicare un controllo che può dispiegarsi anche in assenza delle antiche forme di dominio. Il panottico digitale, insomma, è in atto: l’assenza di filtri mediati non lo configura come uno spazio libero di confronto e di espressione, bensì come una grande Babele dell’irrilevanza, dove tutti si sentono opinionisti e – nella caciara generale – vengono depotenziate le poche voci autorevoli. In questo flusso continuo non regnano i concetti, ma le immagini: il presente è il solo tempo ammesso, perché tutto è immediato.

L’homo digitalis ha sostituito l’homo faber: le dita hanno preso il posto delle mani, la virtualità ha oltrepassato la realtà, la macchina elettronica è il suo unico centro. Questa galassia social, che dovrebbe connetterci reciprocamente, sembra produrre l’effetto contrario: il web, in questo senso, si configura come un arcipelago di isole edoniste e narcisiste, prive di relazioni, che sanciscono il trionfo dell’isolamento. Dalle azioni, in sostanza, siamo passati alle operazioni. La soluzione, ovviamente, non è ignorare questi strumenti, che restano importanti per comunicare e sviluppare forme di aggregazione politica: ma la Comunità, in tal senso, deve svolgere un ruolo centrale nell’educare al corretto utilizzo del mezzo, affinché non ci si trasformi in utenti anonimi. Nel DNA della Comunità, che contempla l’esistenza dei legami, vi sono gli anticorpi culturali e antropologici per fare fronte a tutte le degenerazioni di questo tempo.

Nel libro viene chiaramente tracciata una linea tra la società moderna (e il relativo tipo umano) e la Comunità (e l’Uomo della Tradizione che la compone): è ancora possibile restare neutrali, nel limbo?

No, la neutralità non è più ammessa. Stare nel limbo, oggi, significa essere complici del processo sradicante e omologante che sta travolgendo i nostri Popoli e le nostre Patrie. Ogni identitario, di fronte a questo scenario, deve fare proprio il modello jungheriano del Ribelle: il passaggio al bosco non è più una teoria filosofica, ma il solo modo che ci resta per restare Uomini e conquistare il futuro.

 

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Guido

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